Attenzione alla nuova tassa di successione: ecco chi rischia di dover pagare molto di più

C’è un momento, dopo un lutto, in cui si vorrebbe solo mettere ordine con calma. E invece, sempre più spesso, ci si ritrova davanti a parole tecniche e scadenze che sembrano fatte apposta per aumentare l’ansia. Dal 2026, con il D.Lgs. 139/2024 e con effetti definitivi dal 1° gennaio 2026, cambiano alcune regole dell’imposta di successione e vale la pena capirle bene, perché il vero “rischio” non è una nuova tassa, ma un nuovo modo di gestirla.

Cosa cambia davvero dal 2026 (e perché molti si confondono)

La novità più importante è l’eliminazione del coacervo, cioè quel meccanismo che sommava donazioni fatte in vita e patrimonio ereditato per calcolare le franchigie. Finora, in tante famiglie succedeva così: “Abbiamo già donato la casa a un figlio, quindi in successione pagheremo di più”. Dal 2026, donazioni e successione si conteggiano separatamente.

In pratica, in linea retta (coniuge e figli) può diventare realistico arrivare a 2 milioni di euro esenti per beneficiario, cioè 1 milione come franchigia in successione e 1 milione come franchigia sulle donazioni.

Le aliquote restano quelle note (in genere dal 4% all’8% oltre le soglie) e non cambia nulla sulle quote di legittima.

Il punto caldo: l’autoliquidazione (qui si gioca la differenza)

Dal 2026 prende forza un’impostazione più “responsabilizzante”: l’imposta viene autoliquidata dagli eredi o beneficiari. Significa che siete voi a calcolare e versare, entro 90 giorni dalla presentazione della dichiarazione, usando il modello aggiornato (già rivisto nel 2025). È prevista anche la rateizzazione, ma resta fondamentale arrivare preparati.

L’Agenzia delle Entrate può poi controllare entro 2 anni. Tradotto in parole semplici, il 2026 non alza automaticamente il prelievo, però rende più facile sbagliare calcoli e valutazioni, e gli errori possono costare.

Chi rischia di pagare “molto di più” (non per la riforma, ma per gli effetti pratici)

Ecco i profili che più spesso possono trovarsi con un conto salato, non perché aumentano le imposte, ma perché cambia l’organizzazione del pagamento e la gestione dei valori:

  1. Eredi che sottovalutano o stimano male i beni, soprattutto immobili particolari, quote societarie, o crediti, perché la base imponibile dipende dai valori dichiarati.
  2. Famiglie con donazioni pregresse non ben tracciate, dove manca documentazione e si rischiano ricostruzioni difficili (anche se il coacervo sparisce, la storia patrimoniale va comunque capita).
  3. Chi eredita fuori dalla linea retta, perché le franchigie possono essere più basse e le aliquote più alte, quindi l’effetto finale può risultare più “pesante” rispetto a chi è coniuge o figlio.
  4. Chi non rispetta tempi e adempimenti dell’autoliquidazione, perché interessi e conseguenze amministrative possono incidere più dell’imposta “teorica”.

Collezionisti e famiglie con arte: attenzione a inventari e vincoli

Se in casa ci sono opere d’arte o beni da collezione, la riforma non li rende più tassati, ma li rende più “visibili” in fase di valutazione.

Punti pratici da ricordare:

  • I beni da collezione possono essere tassati sul valore di mercato.
  • Se non sono inventariati, può applicarsi una presunzione forfettaria (spesso indicata come 10% dell’attivo), che può risultare penalizzante quando la collezione è importante.
  • Se un bene è vincolato come beni culturali dal Ministero prima dell’apertura della successione e si rispettano gli obblighi di conservazione, può essere escluso dall’attivo ereditario, quindi risultare esente.

Qui la parola chiave è preparazione: una stima seria e una documentazione ordinata possono fare la differenza.

Una piccola bussola per muoversi senza brutte sorprese

Se dovessi dare una checklist “da cucina di casa”, semplice ma efficace, sarebbe questa:

  • Recuperare l’elenco delle donazioni fatte negli anni, con atti e valori.
  • Fare un inventario ragionato dei beni, soprattutto quelli “non ovvi” (arte, gioielli, collezioni, quote).
  • Verificare se alcuni beni hanno subito tassazioni precedenti, perché esiste una riduzione (fino a 1/10 annuo) per beni già tassati in passato.
  • Pianificare tempi e liquidità per il versamento, valutando la rateizzazione.

Quindi, è vero che dal 2026 si paga di più?

No, non c’è un aumento generalizzato: la riforma tende a semplificare e, con l’addio al coacervo, può persino ridurre il carico per molte famiglie. Il “pagare molto di più” succede soprattutto quando si sbaglia la rotta, tra valutazioni frettolose e autoliquidazione gestita senza un piano.

E se il patrimonio tocca più Paesi, o ci sono strumenti come trust e liberalità d’uso (che restano fuori dall’imposta), conviene farsi guidare da un professionista. In questi casi, la serenità vale più di qualsiasi percentuale.

Redazione Premio Notizie

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